giovedì 4 ottobre 2012

??? PSICOLOGO - PSICHIATRA - PSICOTERAPEUTA ???

??? PSICOLOGO - PSICHIATRA - PSICOTERAPEUTA ???

Ieri una persona mi ha chiesto la differenza tra Psicologo e Psichiatra. In effetti, mi capita spesso di accorgermi che la gente confonde le varie figure professionali che operano nel campo della “salute mentale”. Quindi, oggi cercherò di fare un po’ di chiarezza in merito. Comprendere le caratteristiche specifiche che differenziano i diversi ruoli può risultare utile per permettere alle persone di rivolgersi al professionista più adeguato, ma può essere di aiuto anche a tutti coloro che si accingono a scegliere il proprio percorso universitario!

Le differenze tra Psicologo e Psichiatra risiedono sostanzialmente nel percorso di studi e nella conseguente modalità di trattare la persona e la sua problematica.

Lo PSICOLOGO ha conseguito la laurea in Psicologia e superato l'Esame di Stato che permette l'iscrizione all'Ordine degli Psicologi e l’abilitazione alla professione di Psicologo. Per poter sostenere tale esame è obbligatorio aver svolto un tirocinio formativo della durata di un anno, nel corso del quale si fa esperienza nel campo della psicologia. Gli Psicologi non sono tutti uguali. Infatti, le università propongono svariati indirizzi formativi (per esempio: psicologia clinica e di comunità, psicologia del lavoro e delle organizzazioni, psicologia dello sviluppo e dell'educazione, psicologia clinica, psicologia generale e sperimentale). Ogni tipologia di indirizzo fornisce competenze diverse, perciò ne conseguono anche campi di intervento differenti.
Dopo la laurea, si può decidere di frequentare ulteriori corsi di formazione o master che forniscono competenze maggiormente specifiche relative a molteplici ambiti.  Si può scegliere inoltre di frequentare una scuola di psicoterapia per arrivare a ottenere il titolo di Psicoterapeuta.
Lo psicologo NON fornisce un trattamento farmacologico, perciò non prescrive alcun genere di farmaco (per prescrivere farmaci è necessaria la laurea in medicina!). Il lavoro dello Psicologo si basa principalmente su colloqui di sostegno, utilizzo di strumentazioni diagnostiche, consulenze, tecniche di rilassamento e altro ancora. In effetti, sono molte le attività che lo Psicologo può fare, purché ciò che svolge non si configuri come “terapia”, in quanto essa richiede il titolo di Psicoterapeuta.
Lo Psicologo cerca di trattare la persona nella sua totalità, quindi non concentrando l’attenzione esclusivamente sul disturbo e relativi sintomi. Lo Psicologo lavora sulla e, soprattutto, con la persona. 

Lo PSICHIATRA ha una laurea in medicina e una successiva specializzazione in psichiatria. Anche lo Psichiatra deve svolgere un periodo di stage formativo che gli permette di acquisire una pratica nel settore della medicina e, così come avviene per lo Psicologo, ha l’obbligo di superare un esame di Stato che gli permetta di ottenere l’abilitazione all’esercizio della professione di medico.
Lo Psichiatra cura i disturbi psichici e le malattie mentali mediante l’utilizzo di metodologie proprie della medicina e della psichiatria, le quali di frequente prevedono la prescrizione di trattamenti farmacologici.  Avendo una laurea in medicina, lo Psichiatra ha la facoltà di prescrive farmaci!
Lo Psichiatra non è uno Psicologo né uno Psicoterapeuta, a meno che ovviamente non abbia conseguito i relativi titoli.
Lo Psichiatra utilizza un metodo di lavoro che può essere definito di diagnosi e cura, focalizzando la sua attenzione sul problema e sulla relativa sintomatologia, cercando di risolvere esclusivamente tale disturbo, esattamente come fa il medico. 

Un’altra importante figura professionale da chiarire è quella dello PSICOTERAPEUTA.
Il percorso per diventare Psicoterapeuta è duplice. Si può partire dalla laurea in psicologia o dalla laurea in  medicina. Come detto in precedenza, sia che si parta da una laurea in psicologia, sia che si scelga di conseguire la laurea in medicina, è obbligatorio svolgere un periodo di tirocinio formativo e superare l'Esame di Stato. Quindi, lo Psicoterapeuta può essere sia Psicologo che Medico. Ovviamente, se è uno Psicologo può esercitare tutte le attività dello Psicologo e in più la psicoterapia, nel caso invece che sia medico può esercitare le attività del medico (fra cui la prescrizione di farmaci) e quelle dello Psicoterapeuta.
Le attività svolte dallo Psicoterapeuta prendono il nome di “psicoterapie”, le quali permettono di operare  "in profondità" e direttamente sui disagi della persona attraverso l'utilizzo di tecniche che variano a seconda della teoria di riferimento propria del professionista stesso.
Le scuole di specializzazione che permettono l'iscrizione all'albo degli Psicoterapeuti sono numerose e molto differenti tra loro. Ciò che le differenzia è sostanzialmente l'indirizzo teorico di riferimento e, quindi, la differenza risiede nel fatto che ognuna di esse pone le proprie basi su uno specifico quadro teorico di riferimento (ad esempio, sistemico-relazionale, cognitivo-comportamentale, transculturale, costruttivista, psicanalitica… ). Le scuole di psicoterapia hanno durata di 4/5 anni.


Non di rado, avviene che lo Psicologo, lo Psichiatra e lo Psicoterapeuta forniscano contemporaneamente il loro supporto alla medesima persona, per fare in modo che quest’ultima possa ottenere un risultato nettamente migliore rispetto a quello che si potrebbe avere attraverso l’applicazione esclusiva di un solo approccio. 



mercoledì 3 ottobre 2012

ICTUS CEREBRALE

ICTUS CEREBRALE

Quando si parla di ischemia ed emorragia cerebrale spesso alcune persone credono di parlare di due problematiche differenti. In realtà questo è vero solo per metà, o meglio derivano da cause differenti, ma in entrambi i casi si sta parlando di Ictus.

L’Ictus (o Stroke) è una lesione cerebrovascolare causata dall’interruzione del flusso sanguigno al cervello dovuta a ostruzione o rottura di un’arteria. Quando un’arteria cerebrale si ostruisce o si rompe, i neuroni vengono privati di ossigeno e dei nutrimenti fondamentali per la loro sopravvivenza, in questo modo iniziano a morire.  Infatti i neuroni dipendono da un costante apporto di sangue. Se l’encefalo viene privato di tale apporto si ha una perdita di coscienza e un danno permanente in pochi minuti.

Le cellule cerebrali distrutte dal danno iniziale innescano una sorta di domino che demolisce altre cellule, anche in una vasta area limitrofa alla lesione. Le cellule cerebrali non si rigenerano perciò il danno causato dall’Ictus è permanente.

A seconda dall’area cerebrale colpita, l’Ictus può avere come esiti la paralisi e la perdita di alcune funzioni (parola, visione o memoria). Inoltre, l’ictus può portare anche a coma o morte.

Allo stesso modo di un attacco cardiaco, lo Stroke può sopraggiungere improvvisamente (anche se generalmente questo avviene dopo molti anni di problemi circolatori).

L’ictus è di durata superiore alle 24 ore, al di sotto delle 24 ore si parla di TIA (attacco ischemico transitorio). Il TIA è un fattore prognostico sfavorevole, dal momento che circa il 10% dei casi che sviluppano TIA, andranno incontro a uno Stroke completo. Il TIA può comunque essere in qualche modo “utile”, nel senso che permette l’individuazione di problematiche specifiche e la prevenzione dell’Ictus.

In Italia, l’Ictus è la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, la seconda causa di demenza e la prima di invalidità.

Tra i fattori di rischio più documentati si possono ricordare: Ipertensione Arteriosa, alcune cardiopatie, Diabete Mellito, fumo di sigaretta ed eccessivo consumo di alcol.

Le conseguenze dell’Ictus sono: Emiparesi (deficit motori in una metà del corpo), Emianestesia (perdita di sensibilità in una metà del corpo), Emianopsia (visione compromessa in una sola metà del campo visivo), Afasia (disturbi linguistici di comprensione e/o produzione), Neglet (mancanza di consapevolezza o di attenzione per un lato del corpo o per gli eventi che si verificano da un lato del corpo – solitamente a sinistra), Diplopia (visione doppia) e Disfagia (difficoltà di deglutizione).

Come detto in precedenza, due sono le principali tipologie di Stroke: ischemico ed emorragico.
L’Ictus ischemico (o trombotico o trombosi cerebrale) ha origine quando, all’interno di un’arteria cerebrale si forma un coagulo di sangue (il "trombo") che restringe il vaso sanguigno. Questo processo può interrompere totalmente la fornitura nutritiva nell’area cerebrale irrorata dall’arteria che si è ostruita.
L’Ictus emorragico intraparenchimale (o emorragia intracerebrale) è la tipologia di Stroke che si verifica meno spesso, ma è la più grave e potenzialmente fatale perché si genera quando un’arteria cerebrale si rompe. Infatti questo tipo di Ictus si ha quando un vaso intracranico si rompe e il sangue si espande nell’encefalo uccidendo i neuroni (il sangue infatti è neurotossico).

Nell'immagine è possibile vedere cosa succede all'interno dell'encefalo quando si ha un Ictus emorragico o ischemico. Nel primo caso si verifica la fuoriuscita di sangue che si espande nell'encefalo in seguito alla rottura di un'arteria. Nel secondo caso, invece, l'arteria si è ostruita e questo impedisce il rifornimento nutritivo necessario nell'area cerebrale adiacente alla lesione. 

Il PROFILO NEUROPSICOLOGICO di un paziente colpito da Stroke risulta essere molto variegato. Questo si verifica perché il tipo di disturbo cognitivo è direttamente connesso al tipo di Ictus, alla sede e all’estensione della lesione, nonché al genere di intervento che viene fatto sul paziente nei momenti immediatamente successivi alla comparsa dello Stroke.
I disturbi maggiormente frequenti sono quelli linguistici (nel caso di lesioni emisferiche sinistre) e visuo-spaziali (nel caso di lesioni emisferiche destre).
Possono verificarsi anche, ad esempio:
-nel caso di lesioni emisferiche sinistre: alterazioni della memoria verbale, alterazioni del gesto, depressione, aprassia costruttiva;
-nel caso di lesioni emisferiche destre: alterazioni della memoria visuo-spaziale, negligenza emispaziale o emicorporale, anosognosia (incapacità di riconoscere lo stato di malattia), disforia o euforia, aprassia costruttiva. 

La valutazione neuropsicologia nel post-Ictus risulta molto importante per:
-ottenere un adeguato inquadramento delle funzioni cognitive così da identificare la presenza di sindromi o deficit focali (sindrome frontale, afasia, neglect, disturbi di memoria, disturbi di attenzione, etc);
-individuare fattori determinanti un rischio di evoluzione verso un deterioramento cognitivo su base vascolare;
-impostare, se necessario, specifici programmi di riabilitazione neuropsicologica (l’ictus danneggia il cervello e le sue funzioni, non i muscoli) e di supporto psicologico.


Per ultimo, vorrei consigliarvi una lettura interessante relativa all'argomento: “La scoperta del giardino della mente: cosa ho imparato dal mio Ictus cerebrale” della DOTT.SSA JILL BOLTE TAYLOR, edito da Mondadori.
La Dottoressa Taylor è una neuroanatomista americana.  Inaspettatamente, un Ictus emorragico esplode nel suo emisfero sinistro.
Come probabilmente sapete, l’emisfero sinistro è quello deputato alla razionalità, all’analisi, al linguaggio ( e altro…), mentre l’emisfero destro è quello della fantasia, delle relazioni, della “visione d’insieme (e altro…). Mentre il sangue si espande nel suo emisfero sinistro, la Dott.ssa Taylor riesce a riconoscere in maniera chiara e vivida tutti i segnali che indicano l’arresto delle diverse funzioni cognitive.

Molto interessante anche il filmato:




Dott.ssa Elena Salvetti
(Psicologa Clinica – formata in Neuropsicologia)
334.1604200



martedì 2 ottobre 2012

ATTACCHI DI PANICO: ALCUNI CONSIGLI!


ATTACCHI DI PANICO: ALCUNI CONSIGLI!

Quanti di voi soffrono o hanno mai avuto un attacco di panico? Magari non tutti hanno vissuto questa esperienza, ma sono sicura che tutti, almeno una volta, ne hanno sentito parlare.
In questo articolo cercherò di spiegare cos’è un attacco di panico, ma soprattutto fornirò alcune indicazioni utili per gestire al meglio l’ansia!

Il DSM-IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) definisce l’attacco di panico come un periodo preciso di paura o disagio intensi, durante il quale 4 (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente e hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:  palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento, derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (sensazione di essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio), brividi o vampate di calore.
Coloro che hanno avuto un attacco di panico lo descrivono come un'esperienza tremenda e angosciosa, nel corso della quale hanno temuto di impazzire, di morire, di perdere il controllo.
Solitamente, l'attacco di panico arriva improvvisamente e in modo inaspettato, dura all'incirca 10 minuti (seppure in quel momento la percezione del tempo è molto dilatata), poi scompare gradualmente.
La persona non riesce a vedere nessuna connessione con la situazione che sta vivendo e la manifestazione dell'attacco di panico: generalmente, questo è il motivo per cui si è così spaventati.
La persona vive con la preoccupazione persistente di avere altri attacchi, presenta un'elevata angoscia circa le implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze (perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, impazzire) sino a modificare in maniera significativa il proprio comportamento e/o le proprie abitudini di vita. Una prima conseguenza degli attacchi di panico può essere quella dell'evitamento di tutte le situazioni che il soggetto teme possano causargli l'attacco.
Gli attacchi di panico accadono solitamente  in momenti particolari della  vita, momenti che  si potrebbero definire “di passaggio”: 
-fra  la fine  dell’adolescenza e  l’inizio dell’età  adulta (quando si è alla ricerca di un ruolo, di una propria identità); 
-a metà della vita adulta (quando le persone iniziano a fare i primi bilanci fra aspettative e risultati  ottenuti). 

Ecco alcuni CONSIGLI che mi sento di darvi e che, penso e spero, possano esservi utili:

1)   Informarsi: è importante sapere cosa si sta vivendo, conoscere il problema. Per farlo ci possono essere due modalità. La prima è leggere libri (seri ed affidabili) che trattano l’argomento. La seconda modalità è rivolgersi allo psicologo che può fornire tutte le indicazioni utili per comprendere al meglio cosa sia un attacco di panico e ottenere direttive pratiche su cosa fare in certi momenti. Non affidatevi alle “voci di corridoio” .
2)   Fare sport:  Lo sport aiuta a sfogarsi ad allentare stress e tensioni. L’esercizio fisico (la piscina, la palestra o anche solo una semplice passeggiata) permette di liberare la mente e recuperare la calma. Tuttavia, non bisogna  mai ignorare le nostre emozioni!
3)   Uscire dalla routine, coltivare amicizie e rilassarsi:  distaccarsi dalla solita consuetudine può aiutare  a  "prendere  fiato". Modificare alcune abitudini individuando, ad esempio, dei nuovi hobbies e relazionarsi a persone che condividono i nostri interessi può aiutare ad allontanarsi dal problema.  Stringere importanti relazioni amicali può fornire la possibilità di sfogare le tensioni. Inoltre, occupare il tempo in attività piacevoli, con persone che ci fanno sentire bene, permette di distrarci, allontanando l’eccessiva preoccupazione su noi stessi. Trova il tempo per rilassarti e concedi al tuo corpo momenti di totale relax (esistono ad esempio tecniche di rilassamento che possono rivelarsi davvero molto utili).
4)  Affronta le tue paure:  più vengono evitate le situazioni temute, più loro acquistano potenza. Anche se nel breve periodo, sfuggire le situazioni e i contesti che fanno paura può dare l’illusione di risolvere il problema, nel lungo periodo ci si accorge che questa soluzione non funziona, anzi peggiora solo le cose.  È importante “prendere di petto” le paure. Perciò, non evitate la paura, ma affrontatela faccia a faccia con coraggio. Solo in questo modo la paura potrà essere eliminata.
5)   Trovare un terapeuta dentro se stessi: Imparare a fare affidamento e appoggiarsi su se stessi, facendosi forza autonomamente, è sicuramente un bene: migliora l’autostima e la considerazione di sé. Generalmente i soggetti che soffrono di attacchi di panico tendono a diventare dipendenti da altre persone, diminuendo progressivamente la propria autonomia. Chiedere costantemente aiuto ad altri mantiene ed aggrava i sintomi ansiosi perché aumenta il senso di incapacità. E’ importante rendersi conto che dentro di noi c’è la forza necessaria per affrontare le paure “in solitaria”. Ognuno di noi ha dentro di se un terapeuta personale capace di placare ansie e paure. È importante però sottolineare che non è buona cosa diventare eroici: “da soli a tutti i costi” è un motto che non paga.
6)   Non perdere tempo, lo psicologo c’è per aiutarti a stare meglio:  l’attendere  semplicemente che tutto passi spesso porta a un’attesa inutile. Se nonostante gli sforzi di auto-aiuto ci si rende conto che non si hanno miglioramenti e il disturbo persiste, diventa fondamentale chiedere aiuto allo psicologo. Infatti, gli attacchi di panico, se non vengono debitamente curati, tendono a cronicizzarsi e aggravarsi.


Dott.ssa Elena Salvetti
(Psicologa Clinica - formata in Neuropsicologia)
334.1604200
salvettielena@libero.it
salvettielena84@gmail.com



domenica 30 settembre 2012

"COCA" COSA?....COCAINA!


"COCA" COSA?....COCAINA!
Ieri ho trattato il tema dell’alcol e degli effetti che questo ha sul nostro cervello.
Oggi, invece, voglio parlare di cocaina. Negli ultimi tempi l’(ab)uso di cocaina sta diventando, purtroppo, una pratica sempre più diffusa.

Ma come agisce la cocaina nel nostro cervello?
Prima di tutto bisogna sapere che all’interno del nostro cervello è presente un sistema di ricompensa che si attiva in relazione ai comportamenti legati alla sopravvivenza (mangiare, relazionarsi, fare sesso...) . Il circuito della ricompensa vede coinvolte strutture cerebrali molto profonde: il Nucleo Accumbens e l’Area Ventrale del Tegmento (AVT). Tale circuito termina nella corteccia frontale (zona anteriore del cervello, adibita all'attività motoria acquisita e alla pianificazione e organizzazione del comportamento, implicata inoltre nelle capacità decisionali, nella determinazione, nell'inibizione, nell’attenzione e nei processi emozionali).
L’uso di cocaina determina un aumento della quantità di Dopamina rilasciata dai neuroni dell’area del Nucleo Accumbens e della AVT. L'aumentata secrezione di Dopamina da luogo a una forte sensazione di piacere. Il cervello, ricordando questo piacere, cercherà di poter ripetere l'esperienza. 
Attraverso una varietà di meccanismi, tutte le droghe provocano un’attivazione anomala del circuito della ricompensa, caratterizzata da un eccessivo rilascio di Dopamina (ricordo, per chi non avesse letto il breve articolo precedente, che la Dopamina è un neurotrasmettitore la cui secrezione viene alterata anche nel caso di assunzione di alcol).

Quali sono gli effetti psicologici conseguenti all’(ab)uso di cocaina?
La cocaina ha potenti effetti euforizzanti e i soggetti possono sviluppare dipendenza anche dopo l’utilizzo della sostanza per brevi periodi di tempo.
Inoltre, la cocaina è una sostanza di abuso ad azione breve, ossia determina effetti limitati nel tempo. Inizialmente produce una sensazione di benessere, fiducia ed euforia. Successivamente si possono sviluppare rapidamente modificazioni comportamentali anche molto gravi. A lungo termine si possono osservate comportamenti irresponsabili, isolamento sociale, disfunzioni sessuali e può emergere un comportamento aggressivo.
L’intossicazione può essere associata ad eloquio digressivo, cefalea, idee di riferimento, alterazioni uditive. Inoltre, possono verificarsi ideazione paranoide, allucinazioni uditive e tattili (soprattutto formicolii).
Durante l’astinenza sono molto comuni modificazioni dell’umore (depressione, irritabilità, mancanza di interesse, labilità emotiva) e turbe dell’attenzione e della concentrazione.
L’assunzione di dosi basse/moderate provoca euforia, sensazione di aumentata forza fisica e ampliata capacità mentale, ridotto senso di fatica e assenza di appetito. Alti dosaggi possono condurre a ripetitivo bruxismo (stringere, serrare, digrignare i denti), allucinazioni tattili, formicolii, scarsa concentrazione, insonnia, agitazione, tremore, irritabilità e paranoia.
La cocaina, così come tutti gli stimolanti del Sistema Nervoso Centrale, può portare a psicosi paranoidea. Tale psicosi si può verificare in soggetti sani, psicologicamente stabili, dopo un uso della sostanza anche di breve durata. Si manifesta con deliri di persecuzione, idee di riferimento, labilità emotiva, allucinazioni uditive, visive e tattili bizzarre. La persona rimane ben orientata e vigile. I sintomi scompaiono rapidamente nel giro di qualche giorno o, al più, di qualche settimana, ma la sospettosità e le idee di riferimento possono persistere anche per mesi.

L'uso della cocaina provoca una diminuzione dell'attività cerebrale, in particolar modo nella regione dei lobi frontali. Tale riduzione dell'attività è presente ed evidente anche dopo la sospensione dell'uso della sostanza, come documentano l'immagine centrale (realizzata dopo 10 giorni dalla sospensione) e quella a destra (realizzata dopo 100 giorni dalla sospensione).

In quest’ultima immagine è possibile vedere l’aspetto di un cervello sano paragonato a quello del cervello di un soggetto che (ab)usa di cocaina. Il danno alla struttura cerebrale è chiaro ed evidente: l'area scura rappresenta il risultato di un infarto cerebrale.


Dott.ssa Elena Salvetti
Psicologa Clinica - formata in Neuropsicologia
334.1604200        salvettielena84@gmail.com




sabato 29 settembre 2012

...IL CERVELLO E L'ALCOL!

...IL CERVELLO E L'ALCOL!

Buon giorno! E' arrivato il fine settimana e sicuramente a molti capiterà di bere molti (troppi) bicchierini alcolici.
Allora, cerchiamo di capire cosa succede nel nostro cervello quando assumiamo bevande alcoliche!
Prima di tutto è necessario sapere che, all'interno del nostro cervello, i neuroni comunicano tra di loro  e mentre si scambiano messaggi rilasciano neurotrasmettitori, ossia sostanze chimiche necessarie per il passaggio delle informazioni.
Quando si assume alcol, si determinano modificazioni nel rilascio di neurotrasmettitori. Più precisamente, ci sono due neurotrasmettitori maggiormente sensibili all'alcol: Dopamina e Serotonina.
In generale la Dopamina e la Serotonina regolano la funzione dei neurotrasmettitori eccitatori (Glutammato) e inibitori (GABA).
L'alcol provoca una liberazione di Dopamina, la quale ha molte funzioni all'interno del nostro cervello tra cui il fondamentale compito di controllare il nostro umore! Alterazioni nel rilascio di Dopamina determinano disordini dell'umore, spesso visibili quando si esagera con l'alcol!
L'azione della Serotonina è più complessa e meno circoscritta rispetto a quella della Dopamina. Se la Dopamina è associata allo stato di piacere, la Serotonina aiuta a regolare l'espressione emotiva, inoltre è coinvolta nella cognizione e nell'azione, come nella percezione sensoriale. La Serotonina orchestra le relazioni tra stato affettivo della persona e azioni della stessa.

Usando immagini del cervello, i ricercatori hanno cercato di capire quali sono le aree cerebrali maggiormente vulnerabili agli effetti dell'alcol. Queste sono:
-Cervelletto: controlla la coordinazione motoria. Danni a quest'area si traducono in una perdita di equilibrio e coordinazione e possono influenzare anche le funzioni cognitive quali memoria e risposta emotiva.
-Sistema Limbico: controlla una serie di funzioni come memoria ed emozioni. Danni in questa zona compromettono ciascuna di queste funzioni.
-Corteccia Cerebrale: da questa regione provengono la nostra capacità di pensare, progettare, comportarsi in modo socialmente accettabile e relazionarsi agli altri. Modifiche e danni in quest'area compromettono le abilità di problem solving, di apprendere e di ricordare.

Il consumo di alcol, anche in una singola occasione, è in grado quindi di alterare il delicato equilibrio dei neurotrasmettitori causando: trasmissione troppo lenta delle informazioni, cambiamenti di umore e di comportamento.
A lungo termine, bere pesantemente provoca alterazioni a livello dei neuroni (ad esempio la diminuzione della dimensione delle cellule cerebrali). Il risultato di questi e altri cambiamenti, influenzano una vasta gamma di abilità: coordinazione motoria, regolazione della temperatura, il sonno, l'umore e le varie funzioni cognitive, tra cui l'apprendimento e la memoria.








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Alzheimer: Primi sintomi e cosa fare!

ALZHEIMER: Primi sintomi e cosa fare!
L'Alzheimer è una patologia degenerativa che fa parte del grande gruppo delle "demenze". In sostanza si ha un generale deterioramento cerebrale, una sorta di "contrazione della mente"! Immaginate che il cervello sano sia come una spugna inzuppata d'acqua, nella malattia di Alzheimer la spugna, gradualmente, perde tutta l'acqua!
Perchè succede? Perchè nella malattia di Alzheimer si ha un accumulo, a livello cerebrale, di una sostanza (la Beta-Amiloide) tossica per la vita dei neuroni. La mancata eliminazione di questa sostanza da parte del nostro organismo e quindi il suo progressivo accumulo, determina la morte neuronale. 
Quali sono i primi sintomi e cosa fare? La memoria è il sintomo cardine della malattia di Alzheimer ed è uno dei primi che si possono osservare. Inizialmente la persona ha difficoltà di memoria per i fatti recenti, quindi, ad esempio, non riesce a ricordare dove mette gli oggetti e/o i nomi delle persone. Nella fase iniziale, inoltre, si potrebbero osservare anche: lieve disorientamento temporale e spaziale, difficoltà a trovare le parole (effetto "punta della lingua"), ansia, depressione, negazione di malattia, abbandono di hobby e interessi, difficoltà a svolgere autonomamente le attività lavorative, richiesta di aiuto nel vestirsi e nell'igiene personale e, talvolta, alterazioni del pensiero e della personalità. 
Cosa fare? E' fondamentale non sottovalutare mai i primi campanelli d'allarme! La memoria è il sintomo principe, ma non è l'unico disturbo che accompagna questa malattia. In genere, il consiglio migliore, è quello di considerare qualsiasi cambiamento nelle abilità, nel funzionamento e nell'autonomia della persona come un campanello d'allarme. E' opportuno rivolgersi al proprio medico, al neurologo e al neuropsicologo per poter ottenere un quadro completo della situazione!
L'esordio della malattia è subdolo e insidioso, spesso difficilmente riconoscibile: scoprirla all'inizio è fondamentale perchè se di Alzheimer ancora non si guarisce, è però possibile intervenire in tempo per rallentarne il decorso!
Dott.ssa Elena Salvetti
Psicologa Clinica - formata in Neuropsicologia
334.1604200        salvettielena84@gmail.com